LA RASATURA

C’è chi sceglie di avere la barba, chi decide di radersi e chi come me ha deciso di avere il pizzetto…

Ma per radersi qal’è il miglior metodo? Dopo anni di uso dei rasoi Mach 3 della Gillette affiancati ai rasoi elettrici Phlips ho deciso di utilizzare il rasoio di sicurezza. Scelta azzeccata?

Sicuramente uno strumento comodo, adatto per fare la barba ogni mattina, versatile, pratico ma sicuramente la rasatura non è mai perfetta. Se avete la barba dura come la mia, dopo esserv rasati non sarete mai perfettamente lisci. Io in precedenza avevo un Philips serie 5000 sostituito un paio d’anni fa da un Philips serie 7000 (che per la cronaca, ha anche un’app bluethoot che guida l’utente nel utilizzare al meglio il rasoio guidandolo nei tempi e nelle tecniche). Comodo per la rasatura quotidiana, soprattutto se al mattino avetete il tempo contato ma per le rifiniture non è il massimo. Comunque in 3 minuti si ottiene una buona rasatura a patto che la barba da radere non sia di più di 2 giorni, basta poi sciacquare sotto il rubinetto la testina e mettere il rasoio nella sua base per finire il ciclo di pulizia automatica.

Sicuramente Gillette è una garanzia per la rasatura e per molti anni il Mach3 mi ha fatto compagnia assieme alle varie schiume da barba (prediligo quelle al mentolo per la sensazione di freschezza che lasciano post rasatura). Agevole da usare, preciso nelle finiture, poche irritazioni post rasatura anche in caso di barba lunga (leggasi non essersi rasati da una settimana). Sicuramente valido ma per contro però serve più tempo tra insaponarsi e radersi.

Ma perchè non provare la rasatura vecchio stile come quella dei mio nonno? Per lo shavette non mi sento pronto e il rischio di sfregiarsi/tagliarsi la gola di primo mattino non mi pareva una buona idea quindi mi sono fermato al rasoio di sicurezza. Monolama contro le 3 lame della Gillette? Non sarà stato un passo indietro? No, assolutamente.
Ho comprato un rasoio di sicurezza della Gillette (fornito con 5 lame)
Partendo dal presupposto che la rasatura deve essere un piacere, questo tipo di rasatura è quella del weekeend. Preparativi più lunghi, che partono dalla sera prima lasciando il pennello a mollo in acqua per avere la migliore performace, poi al mattino qualche minuto con crema pre rasatura (che aiuta ad aprire i pori), poi preparazione del sapone (e qui le prime volte non si ha esperienza quindi ho troppo “povero” con troppa aria e non fa scorrere adeguatamente il rasoio oppure troppo “ricco” che non “monta”), insaponarsi, radersi, e ripulire il tutto. Tempo medio della rasatura: 15 minuti. Risultato (dopo qualche rasatura di prova): zero irritazioni, perfettamente liscio, rifiniture perfette.
Direi che il metodo old style rende alla grande! e se vogliamo dirla tutta… niente spazzatura in plastica

P.S.: qui il sapone fa molto la differenza. Io ho provato il Proraso “verde” e devo dire che è molto piacevole soprattutto per me che apprezzo il mentolo ma ho scoperto e apprezzato acneh i Viking che vende il suo prodotto con 4 saponette da barba con diverse fragranze

Sicuramente un buon prodotto aiuta. Personalmente posso consigliare

  • Allume di rocca: è una “pietra” che, passata sul volto, ha un effetto lenitivo e leggermente emostatico, utile quando capita qualche microtaglio;
  • Godfellas Smile: un dopobarba zero alcool che non da assolutamente bruciore, lascia la pelle morbida è una fragranza gradevole. Ho avuto la fortuna di poterli provare perchè, in fase di acquisto delle lamette (Astra), ho scelto a un costo irrisorio di farmi inviare tutti i campioni delle loro fragranze potendo così scegliere successivamente quello che preferivo (qui trovate il link)
  • Proraso dopobarba: questo è alcoolico e di conseguenza un filo di bruciore lo può dare ma personalmente non è assolutamente fastidioso. Pelle morbida e fragranza persistente di mentolo e eucalipto (non invadente) per almeno mezza giornata.
  • Floid dopobarba: una garanzia, il vero e proprio dopobarba old style che trovate dal barbiere con il suo inconfondibile colore arancione. Anche questo alcoolico ma con fragranza che ricorda molto il legno (deve piacere, sono gusti personali) ma assolutamente una bomba

Come sempre tutto quello che scrivo è frutto delle mie esperienze personali, non devo insegnare a nessuno a farsi la barba così come non ricevo un centesimo dai produttori citati ma, come sempre, resto sempre a disposizione per confrontarmi con chiunque.

LA TRAGEDIA DI CAPODANNO

Capodanno 2026. Ore 1:30. Si festeggia il nuovo anno nel bar-nightclub Le Constellation, nella località sciistica di Crans-Montana (Canton Vallese). Centinaia di persone a festeggiare. Poi il fuoco e la morte di 47 ragazzi e un numero altissimo di feriti. Ma come può accadere una tragedia del genere? Provo ad analizzare quanto accaduto.

Le uscite di emergenza devono rispettare requisiti dimensionali e funzionali precisi per garantire un’evacuazione rapida e sicura in caso di incendio o altra emergenza. La loro larghezza si misura in moduli di uscita (1 modulo equivale a 60cm) e si calcola un modulo ogni 50 persone, calcolato sul massimo affollamento autorizzato dal locale. Ovviamente le porte devono potersi aprire vero l’esterno e grazie a un maniglione antipanico. In luoghi affollati devono essere almeno 2 indipendenti quando l’affollamento è significativoe distribuite in modo da offrire percorsi alternativi. A quanto pare le uscite non erano sufficientemente capienti per il numero di persone ospitate nel locale quindi o le porte erano piccole o il numero di persone all’interno era superiore a quello consentito e dichiarato.

Negli ambienti aperti al pubblico (discoteche, bar, teatri, sale eventi, ecc.) gli arredi, i rivestimenti e gli allestimenti decorativi devono avere caratteristiche specifiche per non favorire l’innesco, la propagazione dell’incendio e la produzione di fumi tossici. La caratteristica più importante è la classe di reazione al fuoco, cioè come un materiale:

  • si accende,
  • contribuisce alla propagazione delle fiamme,
  • produce fumo,
  • genera gocce incandescenti

Si classificano in

  • A1 / A2 → praticamente non combustibili
  • B / C → limitata partecipazione all’incendio
  • D – E – F → combustibilità crescente

Oltre alla lettera, ci sono indici secondari:

  • s1 – s2 – s3 → quantità di fumo (s1 = poco fumo)
  • d0 – d1 – d2 → gocce incandescenti (d0 = nessuna)

In una serata di festa come Capodanno, rivestimenti murali e soffitti sono critici perché aumentano enormemente la superficie esposta al fuoco e spesso sono addobbati con materiali plastici o espansi che non rispettano quanto sopra descritto. Inoltre da come ha preso fuoco il soffitto, fa ipotizzare un materiale che non rispetta le caratteristiche ignifughe richieste nei locali di questo genere.

Affinchè un incendio possa esistere, devono coesistere 3 elementi:

  • Combustibile: sostanza organica o inorganica capace di infiammarsi e bruciare (es. legno, carta, benzina, metano) caratterizzata da una sua specifica temperatura di accensione
  • Comburente: sostanza che alimenta la combustione, generalmente l’ossigeno presente nell’aria
  • Sorgente di innesco: Fonte di energia (calore) che innalza la temperatura del combustibile fino alla sua temperatura di accensione, avvitando la reazione

I 3 elementi costituiscono i 3 lati di quello che viene chiamato “triangolo del fuoco“, un modello teorico che rappresenta i tre elementi essenziali necessari per innescare e sostenere la combustione. Ne deriva pertanto che se uno di questi fattori viene a mancare o viene eliminato, il fuoco non può svilupparsi e/o si estingue.

L’uso di fiamme libere nei locali aperti al pubblico (bar, discoteche, ristoranti, sale eventi, hotel, teatri, ecc.) è uno degli aspetti più critici della sicurezza antincendio, perché costituisce una sorgente diretta di innesco in ambienti spesso ricchi di materiali combustibili e affollati. Per questo è fortemente regolamentato e in molti casi vietato o consentito solo con precise condizioni tecniche e autorizzative.

Al “Le Constellation”, le foto ritraevano una ragazza con un casco nero (perita poi nel rogo) che, in spalla a una seconda persona, aveva in mano due bottiglie con delle fontane luminose perocolosamente alzate al soffitto. Questa è stata con molta probabilità la sorgente di innesco principale del materiale fonoassorbente presente sul soffitto del locale che, con molta probabilità, non soddisfava i requisiti antincendio minimi elencati prima.

Le attrezzature antincendio sono l’insieme dei dispositivi e impianti destinati a rilevare, segnalare, contenere e spegnere un incendio o a consentire l’evacuazione in sicurezza. Nei luoghi aperti al pubblico (locali, ristoranti, discoteche, teatri, ecc.) devono essere dimensionate, installate e mantenute secondo le norme di prevenzione incendi e il livello di rischio dell’attività.

Gli estintori sono il primo intervento contro piccoli focolai, che siano estintori ad anidride carbonica, a polvere o a schiuma. La loro capacità estinguente spesso viene sottovalutata.

Estintore a polvere

Un comune 6kg 34A-233BC a polvere indica che è in grado di spegnere

  • A → incendi di materiali solidi (legno, carta, tessuti, plastica, ecc.)
  • B → incendi di liquidi infiammabili (benzina, solventi, alcol, oli, ecc.)
  • C → incendi di gas infiammabili (metano, GPL, ecc.)

Il numero 34 significa che spegne una catasta di legno di conifera lunga 3,4 m mentre il numero 233 indica il volume del liquido infiammabile (in litri equivalenti di eptano) che l’estintore è stato in grado di spegnere.

Prova di spegnimento per omologare un estintore di classe 34A

Quindi, dopo questa breve spiegazione, siete ancora convinti che l’estintore non serva a nulla? Magari l’uso di un estintore sarebbe stato sufficiente a estinguere l’innesco dell’incendio bloccare tutto sul nascere.

Torniamo alla ragazza con il casco: le scintille hanno iniziato a innesscare l’incendio. L’incendio si divide in 4 fasi:

  • Innesco: è la fase iniziale in cui un materiale combustibile prende fuoco a causa di una sorgente di innesco
  • Propagazione: il fuoco si espande progressivamente ad altri materiali combustibili principalmente per conduzione. in questa fase il locale diventa sempre più caldo e instabile: i gas caldi salgono e si accumulano sotto il soffitto così come si riscaldano superfici e arredi raggiungono la temperatura di ignizione.
  • Incendio generalizzato: tutto il combustibile disponibile brucia contemporaneamente raggiungendo così la massima temperatura, l’irraggiamento termico è elevatissimo il che comporta innesco anche non per contatto col fuoco e comporta anche il coinvolgimento strutturale dell’edificio ma soprattutto si ha produzione massiva di fumo e gas tossici
  • Estinzione e raffreddamento: il fuoco si riduce perché viene meno uno degli elementi del triangolo della combustione (tipicamente il combustibile o il comburente inteso come ossigeno atmosferico)

Quindi capite come, una pronta reazione di fronte all’innesco, l’uso dei sistemi antincendio (leggasi l’uso dell’estintore) avrebbe forse non evitato la tragedia ma avrebbe permesso di ridurne la portata.

Ma manca una cosa molto importante: nell’incendio vi sono due momenti estremamente critici che sono

  • Flashover: potremmo definirlo in punto di non ritorno tra la fase di propagazione e quella di incendio generalizzato: è un fenomeno di accensione termica globale per irraggiamento perchè i materiali solidi vengono riscaldati raggiungendo la temperatura di pirolisi che decompone il materiale producendo vapori combustibili, gas infiammabili e residuo carbonioso. Questi gas (idrocarburi, CO, composti volatili) si accumulano nell’ambiente ed essendo caldi salgono e formano uno strato sotto il soffitto che diventa una sorgente radiativa intensa. L’energia irradiata verso superfici e arredi cresce rapidamente.

    Più superfici si scaldano → più pirolisi → più combustibile gassoso → più calore → ancora più pirolisi


    Tutti i materiali pirolizzati presenti nel compartimento si accendono quasi contemporaneamente e passano da combustione localizzata a combustione generalizzata.
    I segno premonitori sono rapido aumento temperatura, fumo molto scuro e turbolento, rollover (lingue di fuoco nel fumo); calore insopportabile vicino al pavimento e vetri che si rompono.
  • Backdraft: la deflagrazione violenta causata dall’improvviso ingresso di ossigeno in un ambiente saturo di gas combustibili caldi non ossidati. Quando un incendio in ambiente chiuso consuma quasi tutto l’ossigeno, la combustione completa (ossidazione totale) non può continuare e si accumulano quindi monossido di carbonio (CO), idrogeno (H₂), idrocarburi volatili, vapori combustibili e particolato carbonioso. Questi gas sono non solo molto caldi e altamente combustibili perchè non ancora ossidati completamente dando vita a un ambiente chimicamente instabile. È un sistema energeticamente pronto alla combustione, ma limitato dalla carenza di ossigeno. Quando si ha una ventilazione improvvisa (apertura di una porta, rottura di una finestra, fessurazione strutturale) si ha entra aria fresca con conseguente ingresso di ossigeno e se la temperatura è sopra il limite di autoaccensione si ha un innesco istantaneo in tutto il volume. Questa deflagrazione origina una combustione rapidissima e una espansione violenta dei gas che generano onda di pressione e fiammata esplosiva
La fascia di colore nero rappresenta la temperatura = 60 °C dopo 150 secondi dall’innesco. In Italia la Temperatura massima di esposizione di persone non protette non deve essere superiore a 60 °C (immagine per gentile concessione dell’Arch.Martina Bellomia)

Dopo questa breve spiegazione è possibile ipotizzare che, una volta raggiunto il flashover, l’incendio non ha lasciato scampo a chi era rimasto intrappolato nel locale. Di sicuro, una pronta reazione di fronte al fuoco provando prima a spegnerlo con gli estintori accompagnato da un veloce esodo delle persone appena ci si è accorti dell’incendio (e non restanto a filmare con i telefonini!!) non dico che avrebbe portato a zero morti e zero feriti ma sicuramente a un bilancio nettamente meno tragico.

Come sempre questo articolo del mio blog è una semplice considerazione di quello che si presume possa essere successo e spigato in maniera estremamente semplificata. Non me ne vogliano pertanto i colleghi che leggeranno questo articolo. Le cause e le responsabilità potranno essere trovate solo ed esclusivamente dagli inquirenti che possiedono i dati e le prove per le opportune analisi scientifiche.

Foto all’interno del locale all’inizio della tragedia

CIAO CIAO WINDOWS…

Era un po’ che non scrivevo sul blog, un po’ per mancanza di tempo dovuta al lavoro, un po’ perchè ero impegnato in un passaggio che per me poteva rappresentare un problema lavorativo e quindi andava fatto per step: la migrazione da windows a linux.

PERCHE HO DECISO DI MIGRARE

A mio avviso ultimamente Microsoft ha fatto delle scelte poco legate alle esigenze degli utenti e molto legate al voler apparire, aggiungendo al sistema operativo una miriade di funzioni nascoste che poco servono all’utente medio. Ci si ritrova così con un sistema operativo che per attivarsi e restare li a far nulla vuole molte risorse in termini di CPU e RAM. Ho la fortuna di avere un PC discretamente performante che regge abbastanza bene a questo.

 

Quello che però è un problema è la stabilità del sistema operativo che fa a cazzotti con gli applicativi (al lavoro per esempio la mia workstation continua a fare a cazzotti con il software di disegno CAD che utilizzo) che evidenzia la mancanza di ottimizzazione del sistema operativo così come non passa mese dove gli aggiormanete installati non vadano a causare problemi in ogni dove (basta andare a leggere gli articoli della stampa specializzata per rendersi conto), uno per esempio in cui sono inciampato anch’io è la mancata riproduzione di file video (KB5064081)…

Ma per passare a linux il problema è…quale scegliere?

LINUX MINT

L’ecosistema Linux è fondato su software libero, stabilità e collaborazione, offrendo un’ampia scelta di distribuzioni adatte a ogni esigenza, dal server al desktop.
La scelta del ramo Debian è motivata dall’elevata affidabilità, dalla rigorosa gestione dei pacchetti e da cicli di rilascio orientati alla solidità.
Su questa base si innestano distribuzioni derivate che uniscono robustezza e semplicità d’uso. La più famosa è sicuramente Ubuntu ma a causa di alcune scelte forzate (pacchetti snap, eccessiva telemetria,…) ho deciso di puntare su Mint che riduce le forzature tecnologiche, privilegia le soluzioni mature e risulta spesso più lineare e “trasparente” per l’uso quotidiano

PREPARAZIONE E CONFIGURAZIONE

Per l’installazione basta scaricare la distro da sito linuxmint.com (consiglio, se non aveve proprio un vecchissimo pc la versione cinnamon edition) e, con l’aiuto di Rufus o bi Balena Etcher creare una chiavetta USB avviabile (visto che partite da Windows… consiglio il primo)

Prima di tutto avevo bisogno di mantenere Windows per gestire alcuni programmi proprietari che funzionano solo per lui: è possibile farli coesistere? La risposta è SI

In fase di installazione, Mint (con tutte le distro linux) chiede se vuoi usare tutto il disco per lui o solo una parte lasciando il sistema operativo originale. nel mio caso, avendo 2 dischi, uno è stato impostato per usare linux mentre l’altro è rimasto a disposizione di Windows. 

Il processo di installazione è semplice e intuitivo, basta seguire le varie schede di installazione (inserire la rete WIFI, permettere l’installazione dei codec proprietari,..) e occorre fare solo attenzione alla fase di installazione su disco. conclusa l’installazione vi verrà chiesto di riavviare e di togliere la chiave USB. Siamo pronti pe la nuova avventura…

Come potete vedere a primo impatto è molto simile a Windows, con il classico pulsante “Start” in basso a sinistra e le icone di sistema a destra a fianco dell’orologio.

Ok, avevo anticipato che avevo una macchina discretamente performante ma fidatevi, anche con un core i3 di 15 anni fa e solo 4Gb il sistema fuinziona alla perfezione e senza rallentamenti! Questa esperienza è stata fatta sul un vecchio PC del CVA Angera dove faccio il volontario che è ad uso e consumo dei volontari e vi assicuro che il PC non solo è rinato ma praticamente nessuno si è accorto delle differenze e vi spiego brevemente perchè…

  1. Linux Mint ha già di per se un aspetto che ricorda quanto più possibile windows in che aiuta l’utente comune a non incontrare troppe difficoltà nell’approcciarsi al nuovo sistema operativo.
  2. Per la navigazione c’è sempre il buon vecchio e collaudato Firefox ma questo lo conoscevamo anche su Windows quindi non cambia assolutamente nulla al cambiare del sistema operativo
  3. La struttura base del file sistem utente è sempre uguale a quella Windows: desktop, documenti, immagini, video, scaricati (al posto di download…) e npn si notano particolari differenze
  4.  Esplora risorse è sostituito da nemo ma l’esperienza di navigazione tra file e cartelle non cambia assolutamente
  5. Per le esigenze del comune utente ci sono tutti i programmi necessari per “lavorare”: oltre a Firefox, trovate già installato LibreOffice (la versione alternativa a Microsoft Office cha gli equivalenti Writer per Word, Calc per Excel, Impress per Powrepoint e Outlook? trovate sembre da Mozilla il caro Thunderbird) che diciamocelo chiaramente: per l’utilizzo comune è fin che mai (quanti di voi usano realmente tutte le funzioni di word o di excel?)

Ovviamente nel menù “start” trovate anche il gestore applicazioni dove installare anche altre applicazioni che potrebbero interessarvi (ad esempio GIMP per la grafica che è un ottimo sostituto di Photoshop ma parliamo anche di altri pacchetti office equivalenti come OnlyOffice fino al banale cliente desktop Telegram o WhapsApp che qui si chiama ZapZap e gestisce anche il multiaccount!).

Insomma, già solo questo dovrebbe spongervi a provare questa nuova esperienza, soprattutto se al momento siete equipaggiati con Windows 10 che non avrà più supporto….

E SE MI SERVE DI PIU?

Qui entriamo più nello specifico e, ahime, Microsoft ci mette lo zampino per far si che non sia sempre tutto realmente compatibile. I fole word salvati in formati nativo docx, così come gli excel xlsx e i poterpoint pptx si portano dietro configurazioni dei documenti che portano poi onlyoffice o libreoffice a aprirli ma a non impaginare correttamente i documenti. Peggio ancora se usiamo software proprietari che sono stati sviluppati solo per Windows. Come ovviare il problema? abbiamo 2 metodi.

WINE - Wine Is Not an Emulator

WINE è un (mi perdonino gli informatici per questa bestemmia) un virtualizzatore parziale di macchina Windows che permette di gestire le API (che non sono gli insetti volanti ma l’insieme di regole e funzioni che permettono ai programmi di parlare con il sistema operativo per far si che il programma chiede “fammi fare questa cosa” e Windows decide come farla in modo (si spera…) corretto e sicuro) e di “trascriverle” nel suo equivalente Linux…

Funziana? in alcuni casi si, in altri non perfettamente, in altri ancora lasciamo stare e, guarda caso, proprio Office è tra questi programmi

 

WINBOAT

WinBoat è uno strumento che permette di eseguire Windows su Linux utilizzando una macchina virtuale già pronta, integrata e semplificata permettendo di usare applicazioni Windows (anche pesanti, come software CAD) senza riavviare il sistema, sfruttando KVM/QEMU e l’accelerazione hardware.
L’obiettivo di WinBoat è offrire un’esperienza “quasi nativa”, riducendo la complessità tipica delle macchine virtuali tradizionali.

Il vantaggio principale è che l’utente deve solo aprire winboat e scegliere il programma da usare: con i tempi di avvio di windows aprirà direttamente a schermo intero la finestra di lavoro e vi sembrerà di lavorare su windows (cosa che effettivamente state facendo).

CONCLUSIONI

Per l’attività quotidiana Linux Mint mi ha convinto e, anche senza saperlo, anche molti volontari del CVA di Angera che lo hanno usato senza nemmeno accorgersi delle differenze, segno che la sua facilità d’uso non implica conoscenze profonde del sistema.
Passare da sistemi proprietari a sistemi open non è sempre facile e mi trovo mio malgrado ancora legato a Windows ma, almeno in questa fase transitoria, mi permette di utilizzare il buon windows 10 virtualizzato che non è pachidermico e instabile come 11.

Vi aggiornerò sull’evoluzione del progetto!

ADDIO PAPA FRANCESCO

Addio Papa Francesco, sarai ricordato come un riformatore, un pastore vicino alla gente, un uomo di misericordia ma soprattutto un volto umano nel cuore di un’istituzione spesso distante. Lo ricorderò anche in piena pandemia quando, con in sottofondo il suono delle sirene delle ambulanze, celebrava da solo e sotto la pioggia in una San Pietro desolatamente vuota il rito del venerdì Santo.

Che la terra ti sia lieve

SBK, COSI’ NON CI SIAMO!

Siamo solo al terzo round del mondiale SBK 2025 e devo dire che anche quest’anno il mondiale è uno schifo. Lo scorso anno il mondiale è stato vinto da Toprak Razgatlıoğlu (e come sempre onore al vincitore) con BMW che aveva le cosidette “superconcessioni”. Già sono contro a queste superconcessioni per 2 motivi

  1. Lo spirito della Superbike era di correre con moto derivate dalla serie e già per tutti i tifosi veri è comunque snaturata perché le moto attuali sono sempre più vicine ai prototipi, specialmente se vengono usati componenti in superconcessione;
  2. L’uso delle “superconcessioni” non invoglia lo sviluppo di base delle case motociclistiche che tanto avranno questo premio e al contrario va a danneggiare chi ha lavorato bene dall’inizio (in questo caso principalmente Ducati con la Panigale V4)

Ma cosa sono le “Superconcessioni”? Sono agevolazioni tecniche extra concesse alle case che non ottengono buoni risultati, con l’obiettivo (secondo chi ha pensato a questa assurdità)di rendere il campionato più equilibrato e spettacolare. Quindi meno piazzamenti fai e più avrai agevolazioni come l’uso di componenti speciali del motore (es. albero motore, valvole, testata), modifiche al telaio più libere rispetto a quelle normalmente permesse e addirittura l’introduzione di aggiornamenti che di solito sarebbero vietati in corso di stagione… Nel 2023-2024, la Honda e la BMW, che faticavano a tenere il passo di Ducati e Kawasaki, hanno potuto sfruttare questo regolamento per apportare modifiche significative alle loro moto nel tentativo di colmare il gap tecnico. BMW infatti ha realizzato un telaio prototipo che, anche grazie alle capacità del pilota turco, ha permesso alla casa bavarese di portarsi a casa il primo titolo mondiale costruttori. Ovvio però che l’aver vinto il mondiale significa che hai preso più punti degli altri e da qui il divieto di usare il telaio prototipo sulla moto 2025 (complice il fatto che BMW non è riuscita ad omologarlo anche per via nel numero minimo di moto non prodotte…)

Parte la stagione 2025 e subito il pilota turco a piangere per non poter usare il telaio prototipo e per la duplice vittoria Ducati con Nicolò Bulega che lo hanno portato subito a dichiarare che il campionato era un monomarca Ducati. Come già scrivevo però 2 anni fa per la MotoGP, è normale che i team privati cerchino il pacchetto più performante quindi non è colpa di Ducati se ci sono molte loro moto in griglia di partenza ma è colpa delle altre case che non riescono a fornire un pacchetto altrettanto competitivo.

Passiamo ora al cambio di regolamento “in corsa”: a inizio stagione ci si presenta con la moto ottimizzata in tutti i parametri per il campionato, dopo 3 round Ducati e BMW dovranno diminuire il flusso di carburante delle rispettive moto di 0,5 kg/h. Questo significa che i motori come quello della Panigale V4, per ridurre i consumi o abbassa il numero di giri (che vuol dire andare contro la natura stessa per cui il motore è stato progettato e ottimizzato) e deve per forza avere una combustione più magra il che significa meno potenza ma allo stesso tempo vuol dire anche temperature più elevate che si traduce in stress per tutti i principali organi meccanici (testata, valvole, pistoni, bielle, alberi) ma anche problemi di lubrificazione. Tutto questo può inoltre portare a detonazione e conseguenti problemi di affidabilità. Ne sa qualcosa Bulega che è stato appiedato dalla Panigale ben 2 volte (ipotizzo proprio per questi motivi visto che in generale la Panigale ha sempre dimostrato un’ottima affidabilità).
Per chi volesse approfondire gli argomenti tecnici può trovarli sul libro “Motori ad alta potenza specifica” di Giacomo Augusto Pignone e Ugo Romolo Vercelli che è uno dei sacri testi sull’argomento (attenzione, serve però un minimo di cultura tecnico-scientifica di base)

il bello di tutta questa porcata, dove chi ha lavorato meglio viene penalizzato e chi ha dormito continua a dormire visti gli scarsi risultati che continua ad ottenere (e parlo di un colosso come Honda per fare un esempio…), è Gregorio Lavilla che è responsabile della supervisione dell’intera struttura sportiva e organizzativa del WorldSBK, inclusi gli aspetti regolamentari, tecnici e promozionali. E il bello è che è stato uno dei piloti dell’era d’oro della WSBK, quando a organizzarla era FGSport (poi diventata Infront Motor Sports), società che ha gestito commercialmente e organizzativamente la SBK per molti anni facendolo diventare un vero campionato parallelo della MotoGP (che all’epoca erano le vecchie GP500).

Passiamo ai piloti: il campione del mondo in carica, per quanto gli va riconosciuto il “manico” (già ai tempi di Yamaha quando aveva una moto nettamente inferiore ma teneva il passo dei migliori) è il primo a lamentarsi quando non vince. Perse le prime due gare (vinte da Bulega su Ducati) già gridava al monomarca, ora si lamenta delle limitazioni ricevute (ma se vinci il regolamento è quello per quanto assurdo)… insomma, mancano i veri piloti Superbike, quelli come Polen, Roche, King Carl Fogarty, Pirovano, Falappa, Tardozzi, Chili, Russel, Slight, Bayliss, Haga… Tutta gente con i maroni e i contromaroni la cui unica preoccupazione era entrare in pista e dare gas. Magari un giorno vi parlerò di chi erano questi personaggi e di come era realmente la WSBK quando era una cosa seria…